Valencia, Luci e Ombre

Il nostro viaggio a Valencia risale ormai a quattro anni fa, ma credo che sia più che mai una meta attuale per un weekend lungo sia di coppia sia con i bambini. Il clima più mite ed il mare la rendono ai miei occhi ancora più attraente in queste giornate di grigio autunnale, ed ho pensato di riprendere il racconto della nostra vacanza e rileggerlo in chiave Ingirovagandomum.

Penso alla Spagna, al sole, al buon cibo, alla movida, all’arte e ci sono sufficienti motivi per spulciare le rotte Ryanair e decidere di trascorrere quattro giorni a Valencia. Pur essendo tra le principali città spagnole, posizionata al terzo posto come numero di abitanti dopo Madrid e Barcellona, il Rinascimento di Valencia è storia recente dovuto ad un mix di grandi eventi (America’s Cup nel 2007 e nel 2010), ad un grande e contestato architetto che ha creato una città nella città (Calatrava e la sua Ciudad de las Artes y las Ciencias) e secchiate di finanziamenti europei. Per la proprietà commutativa, invertendo l’ordine dei fattori il risultato non cambia. Ma una delle principali compagnie low cost che inserisce almeno un volo giornaliero dai suoi aeroporti più importanti di sicuro dà una spinta in più.

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Pronti, partenza, via… Iniziamo subito con qualche info pratica, che male non fa quando si viaggia.

1 – M come Metropolitana: l’aeroporto di Valencia è collegato al centro città con due linee di metropolitana nuove di pacca. Se il vostro hotel è situato nelle prossimità del centro storico, la Ciutat Veilla, non conviene fare l’abbonamento ai mezzi pubblici: Valencia si gira benissimo a piedi ed è possibile noleggiare delle biciclette.

Nel 2013 (lo preciso perchè le cose potrebbero essere cambiate, mentre ho aggiornato i prezzi degli ingressi alle principali attrazioni) abbiamo acquistato i biglietti al distributore automatico caricando sulla stessa tessera i biglietti di più persone. Occorre però far scorrere sui lettori ottici la tessera due o più volte (a seconda del numero di persone) affinchè le sbarre rimangano aperte. Altrimenti pagate due biglietti, ne vidimate solo uno, la prima persona passa e la seconda rimane incastrata in mezzo alle porte di vetro (scena di vita vissuta). La tessera ha un costo fisso di un euro ed è ricaricabile, quindi non buttatela e ricordatevi di selezionare il biglietto “Andata e ritorno” che dà diritto ad un prezzo scontato.

Quindi dopo due ore di volo, venticinque minuti di metro, tre minuti per riuscire ad uscire dalla metro, cinque minuti a piedi, arriviamo nel nostro albergo. L’Husa Dimar rispecchia la nuova identità valenciana: è un hotel moderno, curato nei dettagli, accogliente; ogni camera di ampio respiro e dai colori di tendenza ha una parete decorata a tema e a noi tocca l’Oceanografico.
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É sera, ci dirigiamo verso il centro e la prima immagine impressa sulla mia retina sono le enormi mangrovie che delimitano Piazza Alfonso El Magnanimo. Proseguiamo verso la cattedrale e non si può che rimanere colpiti dalla sfilata di facciate liberty tirate a lucido di fresco. Ci addentriamo nei vicoli del barrio e vaghiamo per un po’ senza una meta precisa: vediamo gli invitati ad un matrimonio in abito da sera seduti in una piazzetta a mangiare tapas, una signora vendere rosmarino ai passanti e molti locali con la serranda giù “serrado por vacaciones”. Decidiamo di entrare in una birreria dal gusto retrò e con le pareti decorate di maioliche blu “Cerveceria 100 Montaditos” e ci troviamo nel paradiso dei panini. Sul listino ci sono cento tipi di panini imbottiti di ogni bendidio con un prezzo che varia da 1 euro ad 1,50 euro; ognuno scrive il numero del montadito e la quantità sul blocchetto delle ordinazioni, lo consegna alla cassa, paga, ritira le birre, sangrie o tinto di verano (tutto sempre ad un euro) ed aspetta di essere chiamato per ritirare il proprio tagliere colmo di mini baguette farcite e patatine fritte. Decisamente sazi torniamo in albergo.

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2 C come Colazione: se avete optato per una formula solo pernottamento, scrutate con attenzione i dintorni dell’albergo per trovare in quale caffè fare colazione. In centro ci sono diverse opzioni, ma i quartieri limitrofi diventano il deserto dei tartari la domenica mattina. Noi ci incamminiamo fiduciosi verso la Città delle Arti e della Scienza e snobbiamo il primo baretto sotto l’hotel pensando che sicuramente ne avremmo trovati di più carini lungo la strada. Errore madornale: incrociamo solo ristoranti rigorosamente chiusi, la caffetteria dei musei è anch’essa chiusa, e ci accorgiamo ben presto che la Città delle Arti e della Scienza sorge in una zona residenziale di soli condomini e centri commerciali. Insomma non c’è anima viva e di un bar dove bere un caffè o mangiare un croissant non c’è traccia per chilometri.

Non ci resta quindi che attendere l’apertura dell’acquario insieme ad altri visitatori mattinieri (sono le dieci e per gli spagnoli è l’alba); gli ambulanti con il loro banchetto di bibite e merende sarebbero arrivati ben più tardi. Il biglietto d’ingresso al solo Oceanografico è tutt’altro che economico (euro 29,10 ad adulto) e rinunciamo alle soluzioni combo sicuramente più vantaggiose che consentono l’accesso al museo della scienza ed all’emisferico.

L’Oceanografico racchiude i diversi ambienti marini passando dal Mare Nostrum, alle acque tropicali e temperate fino agli oceani artici: l’allestimento è di grande impatto e si possono vedere da vicino beluga, trichechi, pesci tropicali, squali e pinguini, oltre alle voliere dei fenicotteri e dei rapaci. Vale la pena controllare gli orari degli spettacoli al delfinario: noi siamo arrivati giusto in tempo per assistere alle loro acrobazie ed è una bella esperienza per grandi e piccini.

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Terminata la nostra visita, torniamo sui nostri passi fino a raggiungere l’accesso ai Jardin del Turia e ci dirigiamo verso il porto per visitare la zona in cui si è tenuta l’America’s Cup. Improvvisamente ci troviamo di fronte una siepe e notiamo che chi sta facendo jogging torna indietro. Il parco di nove chilometri lungo il letto del fiume Turia si spegne nel nulla di una siepe. Estraggo la cartina e decido di proseguire lungo la strada principale. Poco oltre una barriere di cemento e le rotaie della metropolitana. Accesso negato. Per poter arrivare su una via che sembra finalmente dirigersi nella direzione corretta, attraversiamo un vialetto sterrato per pedoni e biciclette, oltrepassiamo i vecchi depositi portuali ristrutturati o in un precario equilibrio statico, vediamo gli effetti della bolla immobiliare con scheletri di palazzo abbozzati e poi abbandonati, e diversi cartelli affittasi e vendesi penzolanti dai balconi. Dopo un tempo indefinito la strada si apre in una piazza e troviamo le indicazioni per il porto, ma la vista non è esattamente come ce la aspettavamo. I capannoni costruiti per ospitare le varie squadre sono esternamente addobbati a festa, ma avvicinandosi si intravedono gli interni vuoti. Un club che una volta doveva ospitare feste ed eventi è tristemente chiuso ed il Palazzo delle Vele e del Vento è un trionfo architettonico svuotato del suo significato, come molti dei grandi edifici che scorgiamo per centinaia di metri.

Ovviamente di posti aperti dove mangiare nemmeno l’ombra. Facciamo un ultimo tentativo avventurandoci fino al lungomare e lì troviamo uno stuolo di ristoranti, gente in spiaggia e vita. La zona è molto turistica, quindi i prezzi ed i menù dei vari locali tendono ad assomigliarsi l’uno con l’altro: in queste occasioni credo che farsi guidare dal proprio istinto, osservando i piatti che vengono serviti ai tavoli sia la soluzione migliore. Assaggiamo la più classica delle specialità spagnole, la paella, e decidiamo di tornare a piedi in albergo per goderci il pomeriggio di sole. In serata torniamo verso il centro e ci lasciamo convincere da alcune recensioni esageratamente positive a mangiare al Sagardi, un locale specializzato in tapas. Sul bancone c’è un ampia scelta di crostini freddi che soddisfano più gli occhi che la bocca, mentre i camerieri passano tra gli avventori ad offrire i crostini caldi, che finiscono regolarmente prima di arrivare ai tavoli all’esterno. Ogni tapas costa 1,95 euro, vengono contati il numero di stecchini sul piatto e voilà, il conto è fatto. Passeggiando tra le vie ed i vicoli intorno alla cattedrale ci imbattiamo in un locale specializzato in succhi di frutta e centrifugati, Zumeria Russafa: con 5 euro potrete scegliere la vostra coppa di succo di dimensione gigante, spremuto sul momento e con abbinamenti davvero gustosi ed originali.

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Attraversiamo Plaza dell’Ayuntamiento, dove il municipio e le poste si fronteggiano e contendono il primato di sfarzo; entrambi i palazzi sono stati costruiti nella prima metà del novecento nel più classico stile barocco spagnolo. Mentre torniamo in albergo ci chiediamo se la movida cominci a notte inoltrata o sia semplicemente in un altro quartiere, visto che incrociamo principalmente gruppi di turisti e la città ci sembra abbastanza tranquilla. [Continua]

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15 Comments

    1. Valencia era (e’ passato qualche anno da quando sono andata) il risultato del grande boom spagnolo con grandi opere incompiute ed edifici lasciati a se stessi. E’ pero’ sicuramente un’ottima meta per un weekend perche’ offre architettura contemporanea, un centro storico vitale, il mare e tante attrazioni per grandi e piccini.

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  1. Ogni volta che leggo un post su Valencia mi viene il sorriso stampato in faccia! Non so perché ma mi attira molto e mi mangio le mani ogni volta che cerco di prenotare un volo Ryanair e puntualmente devo cambiare destinazione (non che mi dispiaccia cambiare dal momento che si parte….). L’Oceanografico deve essere davvero splendido!

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  2. Manco da Valencia dal 2007 ma vedo che il problema dei bar c’è ancora!! Anche noi la prima mattina siamo uscite dall’hotel con l’idea di fare colazione .. e non c’era nulla di aperto! Alla fine abbiamo incrociato un supermercato e abbiamo comprato un croissant e un succo da mangiare durante il tragitto. E poi .. ricordo gli scarafaggi giganti x strada, delle cose mai visite in Italia. Spero che almeno quel problema l’abbiano risolto!

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