Volevo un maschio ed é arrivato (oh se é arrivato)

Caorle, Vallevecchia

Da alcuni giorni mi frulla per la testa quest’idea di scrivere sull’essere mamma di un ometto, perché, diciamocelo, viaggiare per il mondo é meraviglioso, ma diventare genitori é senza alcun dubbio il viaggio della vita. Quello piú lungo, quello piú avventuroso, quello che ti cambia di piú permettendoti di scoprire cose di te stessa che manco sapevi potessero esistere.
Io ho sempre desiderato avere un maschio, forse perché anche mia mamma avrebbe voluto avere un maschio e poi sono arrivata io, e per molti anni ho combattutto con l’ereditá di dover dimostrare che anche le femmine possono fare cose da maschi.

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Nonostante io sia una fervente paladina di una certa paritá dei sessi (perché la paritá non si vede nelle quote rosa o nel fatto che le donne facciano lavori da maschi, ma semplicemente nel fatto che ognuno possa liberamente scegliersi un ruolonellafamiglia_unlavoro_unhobby che ci appartenga, indipendentemente da quello che c’é nei pantaloni), negli anni mi sono dovuta ricredere ed ho dovuto ammettere con me stessa che oggi quel cromosoma fatto a X o a Y fa ancora un’enorme differenza.
Perché in Italia oggi essere mamma significa spesso dover anche essere un po’ papá, e giostrarsi tra figli-lavoro-casa-quotidianitá, non necessariamente in quest’ordine. Mi sono trovata quindi a pensare che nascere ometti sarebbe stato piú facile: piú facile per lui, perché il mondo é ancora molto a misura di maschietti, ma anche piú facile per me. Perché la vita di un maschio, almeno fino ad una certa etá, ruota attorno a dei bisogni primari: cibo, gioco, qualcuno che si prenda cura di te. Niente paturnie sui vestiti, detto-nondetto-pensato, ripicche o invidie che, ahimé, spesso fanno rima con femmine.

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Volevo un maschio ed é arrivato (oh se é arrivato): se nella pancia si é fatto un viaggio in prima classe in cui non ha sostanzialmente battuto ciglio, appena é stato catalputato fuori sulla banchina ha fatto notare il suo disappunto in maniera efficace e plateale. E per i seguenti due anni e mezzo le mie notti sono diventate incredibilmente brevi e frammentarie (ho ancora gli incubi se ci ripenso).
É arrivato portando con sé il bisogno di avere un contatto fisico fatto di lotta (che se arrivo ai suoi 18 anni senza che mi abbia spaccato involontariamente qualcosa sará un miracolo) e di baci ricevuti (i suoi baci dati li riserva per le grandi occasioni e per una futura gentil donzella).
É arrivato portando con sé giochi spericolati e corse a perdifiato inseguendolo mentre lui sfreccia a velocitá supersonica con la sua bicicletta senza pedali, facendomi capire ben presto che un’eventuale ansia ereditata da mia mamma era meglio che la mettessi da parte se non volevo farmi venire una sincope.

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É arrivato portando con sé sceneggiate da lamentatrici siciliane, insegnandomi doti da negoziatore dell’ FBI, ma regalandomi anche occhi spalancati sul mondo e sorrisi a colorare le giornate grigie.
É arrivato ed ha messo sottosopra la mia vita, costringendomi a ripensarla e ripensarmi, cercando di trovare spazi diversi e talvolta condivisi per vecchie e nuove passioni.
Ed ho capito, in questo viaggio che stiamo facendo insieme giorno per giorno, che sta proprio a me crescere questo mio ometto in modo che il suo mondo possa essere un po’ meno un mondo solo per maschi, ma diventare un mondo dove ognuno possa essere libero di essere se stesso e provare a realizzare i propri sogni. E dove ci sia posto per bimbe astronaute e bimbi pasticcieri.

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5 Comments

  1. Bello il tuo racconto. Anch’io sono m mamma di un maschio, ormai grande e autonomo . Sa badare a se stesso compreso cucinare, lavare, stirare e pulire e questo non lo ha reso meno maschio. Sta proprio a noi, mamme di maschi cercare di cambiare le cose educandoli all’ intercambiabilita’ 🤤(si dice????) dei compiti. Facendo diventare questa società non a misura di uomini o di donne ma a misura di persone. Grazie. Un abbraccio.🌼

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